
martedì 4 agosto 2009
Ma che bella “Bocciata”
Di Ciuenlai
Onore al merito. In questo guazzabuglio che oggi chiamano politica, è indubbio che l’esponente che sa muoversi meglio e che indovina costantemente le mosse giuste, è l’on. Giampiero Bocci. La mossa di “caricare” Alberto Stramaccioni sulla soma dei Franceschiniani è geniale. Geniale per la velocità con cui ha colto l’opportunità politica e ancora più geniale se, come dice qualcuno, la cosa è stata addirittura costruita ad hoc. In una situazione nella quale i pronostici davano Bersani lentamente, ma inesorabilmente, vincitore, questa scelta ha in pratica azzerato i possibili esiti del congresso. Stramaccioni si è presentato come l’uomo fuori dai blocchi, come il garante della pace interna, di quella cosa che molti chiedono a grande voce dentro e fuori il partito. Una proposta che ha sparigliato le carte e che, indubbiamente, ha finito per favorire i fans di Franceschini. Mi si può obiettare : “ma potevano caricarselo anche i dalemiani”. Si, ma in quel caso, Bocci e compagnia li avrebbero sicuramente seguiti, dando via ad un congresso unitario, senza conta, rinviando il confronto alle elezioni regionali, che sono un terreno a loro più favorevole. Ma così non è stato, perché gli uomini di Bersani hanno saggiamente scelto la strada del candidato alternativo (Lamberto Bottini), per non rinviare il confronto a tempi troppo lontani. Ma non hanno potuto evitare che la candidatura di Stramaccioni determinasse due effetti a loro non favorevoli. Il primo è un indubbio vantaggio d’immagine. Sotto le bandiere dell’unità sono state infatti subito raccolte nuove adesioni. Il secondo è quello che io chiamo “l’effetto neutralizzazione” . Da quando è nato il partito democratico ad ogni disputa i suoi esponenti si dividono in due categorie. I sostenitori e “i pesci in barile”. E sono proprio questi ultimi a determinare il risultato. C’è infatti una massa di persone che si schiera solo quando si capisce con chiarezza chi sarà il vincitore. Il presunto vantaggio di Bersani stava facendo pendere la bilancia da quella parte. La mossa Stramaccioni ha di nuovo insinuato, in questa platea, il beneficio del dubbio, rimettendo tutto in discussione. L’on. Bocci e soci, stoppando l’effetto trascinamento, hanno creato i presupposti per giocare ad armi pari il resto della disputa sul segretario. Contano sul fattore tempo e sulla loro abilità, da qui ad ottobre, di sapersi muovere meglio dei loro avversari, recuperando il terreno perso, per giungere ad una vittoria, oggi difficilmente pronosticabile. E’ già successo per le primariette della Provincia. Quando si è iniziato, erano in pochi a scommettere sulla vittoria di Guasticchi. Cristofani e Tosti pensavano di essere loro a doversi giocare la partita e chiedevano all’attuale Presidente di restare in gara e di non ritirarsi, per evitare vantaggi al presunto avversario. Poi è finita con un trionfo del candidato dei popolari, che è andato oltre le più rosee previsioni. Probabilmente Bocci pensa di ripetere l’impresa al congresso. E’ più complicato di allora, ma non è impossibile. In ogni caso sono state create le premesse. Il problema lo ha colto la Presidente della Regione quando ha parlato di “democristianizzazione” del partito. I metodi di lotta politica, le manovre di corrente, la pratica delle iscrizioni “amiche”, la tela delle alleanze di potere, la capacità di usare buoni argomenti per convincere indecisi o anche personaggi del campo avversario “alla causa”, sono tutti elementi che hanno pervaso il Pd fini dalla sua nascita. E sono tutti elementi che provengono dal passato (anche se lo chiamano nuovismo) e nei quali la scuola del vecchio scudo crociato è imbattibile. Diciamoci la verità. Fino ad un paio di anni fa un confronto dentro l’Ulivo tra Bersani e Franceschini era improponibile. Oggi è una partita che si gioca ad armi pari. E per di più i cattolici democratici e i loro alleati la giocano perfino fuori casa. Per saperne di più consiglio di esaminare bene il messaggio del film “Qualcosa è cambiato”.
Ciuenlai.c@libero.it
Di Ciuenlai
Onore al merito. In questo guazzabuglio che oggi chiamano politica, è indubbio che l’esponente che sa muoversi meglio e che indovina costantemente le mosse giuste, è l’on. Giampiero Bocci. La mossa di “caricare” Alberto Stramaccioni sulla soma dei Franceschiniani è geniale. Geniale per la velocità con cui ha colto l’opportunità politica e ancora più geniale se, come dice qualcuno, la cosa è stata addirittura costruita ad hoc. In una situazione nella quale i pronostici davano Bersani lentamente, ma inesorabilmente, vincitore, questa scelta ha in pratica azzerato i possibili esiti del congresso. Stramaccioni si è presentato come l’uomo fuori dai blocchi, come il garante della pace interna, di quella cosa che molti chiedono a grande voce dentro e fuori il partito. Una proposta che ha sparigliato le carte e che, indubbiamente, ha finito per favorire i fans di Franceschini. Mi si può obiettare : “ma potevano caricarselo anche i dalemiani”. Si, ma in quel caso, Bocci e compagnia li avrebbero sicuramente seguiti, dando via ad un congresso unitario, senza conta, rinviando il confronto alle elezioni regionali, che sono un terreno a loro più favorevole. Ma così non è stato, perché gli uomini di Bersani hanno saggiamente scelto la strada del candidato alternativo (Lamberto Bottini), per non rinviare il confronto a tempi troppo lontani. Ma non hanno potuto evitare che la candidatura di Stramaccioni determinasse due effetti a loro non favorevoli. Il primo è un indubbio vantaggio d’immagine. Sotto le bandiere dell’unità sono state infatti subito raccolte nuove adesioni. Il secondo è quello che io chiamo “l’effetto neutralizzazione” . Da quando è nato il partito democratico ad ogni disputa i suoi esponenti si dividono in due categorie. I sostenitori e “i pesci in barile”. E sono proprio questi ultimi a determinare il risultato. C’è infatti una massa di persone che si schiera solo quando si capisce con chiarezza chi sarà il vincitore. Il presunto vantaggio di Bersani stava facendo pendere la bilancia da quella parte. La mossa Stramaccioni ha di nuovo insinuato, in questa platea, il beneficio del dubbio, rimettendo tutto in discussione. L’on. Bocci e soci, stoppando l’effetto trascinamento, hanno creato i presupposti per giocare ad armi pari il resto della disputa sul segretario. Contano sul fattore tempo e sulla loro abilità, da qui ad ottobre, di sapersi muovere meglio dei loro avversari, recuperando il terreno perso, per giungere ad una vittoria, oggi difficilmente pronosticabile. E’ già successo per le primariette della Provincia. Quando si è iniziato, erano in pochi a scommettere sulla vittoria di Guasticchi. Cristofani e Tosti pensavano di essere loro a doversi giocare la partita e chiedevano all’attuale Presidente di restare in gara e di non ritirarsi, per evitare vantaggi al presunto avversario. Poi è finita con un trionfo del candidato dei popolari, che è andato oltre le più rosee previsioni. Probabilmente Bocci pensa di ripetere l’impresa al congresso. E’ più complicato di allora, ma non è impossibile. In ogni caso sono state create le premesse. Il problema lo ha colto la Presidente della Regione quando ha parlato di “democristianizzazione” del partito. I metodi di lotta politica, le manovre di corrente, la pratica delle iscrizioni “amiche”, la tela delle alleanze di potere, la capacità di usare buoni argomenti per convincere indecisi o anche personaggi del campo avversario “alla causa”, sono tutti elementi che hanno pervaso il Pd fini dalla sua nascita. E sono tutti elementi che provengono dal passato (anche se lo chiamano nuovismo) e nei quali la scuola del vecchio scudo crociato è imbattibile. Diciamoci la verità. Fino ad un paio di anni fa un confronto dentro l’Ulivo tra Bersani e Franceschini era improponibile. Oggi è una partita che si gioca ad armi pari. E per di più i cattolici democratici e i loro alleati la giocano perfino fuori casa. Per saperne di più consiglio di esaminare bene il messaggio del film “Qualcosa è cambiato”.
Ciuenlai.c@libero.it
Quel postino che bussava sempre ( o almeno ) due volte
Di Ciuenlai
Era inevitabile; si è aperta la questione delle tessere. Al di là delle polemiche su vere o presunte “taroccature”, il numero degli iscritti al Partito Democratico umbro significa una cosa sola. La proposta continua a non tirare. Poco più di 20 mila aderenti sono poca cosa per un partito di massa a vocazione maggioritaria. Il Partito comunista ne aveva 30 mila solo nella Provincia di Perugia, ma anche il Pds (poi Ds) era più grosso. Le ragioni sono politiche ma anche organizzative. Il partito “leggero” non ha più un suo radicamento territoriale, non raggiunge più elettori e simpatizzanti. Adesso per fare la tessera ci sono due vie. La prima : Ci si può recare al circolo più vicino, ma attenzione, non sempre e non a caso. Le “sezioni” oggi sono come le Poste : hanno giorni e orari dedicati al pubblico. Bisogna quindi “viaggiare informati” o prendere un appuntamento prima di fare l’operazione. La seconda : si può fare riferimento alle correnti, che, attualmente è il metodo di iscrizione più in voga. E’ scomparsa la mitica figura del “collettore”. Qualcuno dirà “era ora”, qualcun altro sorriderà, perché considererà la cosa una “inezia” nel mare di problemi che ha il Pd. Sbagliato! Quel compagno “postino” che ogni anno faceva la sua scarpinata per rinnovare dieci o venti iscrizioni, che bussava a quelle porte almeno due volte (tesseramento e sottoscrizione), era una grande risorsa. Era uno dei termometri di questa organizzazione politica tra la gente. Per molti iscritti si trattava dell’unico contatto che avevano con il partito. Contatto che utilizzavano per fare le proprie critiche, per raccontare ciò che stava accadendo in quel posto, per dire la loro e, perché no, per fare proposte e suggerire interventi o iniziative. Il collettore tornava in sede e riferiva ciò che aveva ascoltato. Le tante voci raccolte erano una preziosa fonte di informazione. Perlomeno una volta l’anno l’organizzazione di base aveva un quadro preciso dell’umore degli iscritti e di quello che stava accadendo nella sua zona di competenza. Lo chiamavano “controllo del territorio”. Quel controllo che la lega ha imparato ad organizzare e che oggi utilizza in maniera massiccia. Solo in Umbria ci sono migliaia di persone che stanno aspettando ancora questa persona. Magari vorrebbero “rifare la tessera”, magari vorrebbero “dare una mano”, ma non sanno come farlo. Il partito per loro è diventato lontano anni luce. E la gran parte di questa gente non sa niente di schieramenti e di lotte intestine. E’ legata ancora alla “bella politica”, quella fatta in modo disinteressato e solo per passione. Il recupero di questo patrimonio dovrebbe essere un punto forte del Pd. Invece le attuali logiche scacciano i “non allineati e coperti”. Tutto questo crea un circolo vizioso. Le “antenne” smettono di trasmettere, le sezioni diventano “covi” di questo o di quell’altro capobastone, l’attività è legata soltanto a congressi ed elezioni, la selezione della classe dirigente cessa di esistere come sistema che parte dal basso e dal merito. L’unica cosa concreta che si organizza è votare (primarie, preferenze ecc.). Dal controllo del territorio al controllo del partito per scopi personali il passo è stato brevissimo. La cosa nasce prima del Pd. Ai congressi dei Ds partecipavano alla discussione 10 persone (al massimo) ma votavano a centinaia. Arrivavano alla chetichella per l’ora stabilita e chi frequentava quei luoghi con assiduità vedeva decine di persone di cui non conosceva l’esistenza e che non aveva mai incontrato alle assemblee politiche. E capiva benissimo che qualcuno li aveva portati lì per dare il proprio consenso ad una tesi che molti di essi nemmeno conoscevano. Una delle ragioni della perdita di tanti voti sta proprio qui. A forza di allontanare o di non coinvolgere tutte queste “forze sane”, le si è spinte verso altri lidi o verso l’astensione. Per recuperare c’è solo un modo. Il Congresso deve rispondere alla solita domanda : “volete fare un partito (magari, se non è chiedere troppo, orientato a sinistra) o un comitato elettorale?”.
Ciuenlai.c@libero.it
Di Ciuenlai
Era inevitabile; si è aperta la questione delle tessere. Al di là delle polemiche su vere o presunte “taroccature”, il numero degli iscritti al Partito Democratico umbro significa una cosa sola. La proposta continua a non tirare. Poco più di 20 mila aderenti sono poca cosa per un partito di massa a vocazione maggioritaria. Il Partito comunista ne aveva 30 mila solo nella Provincia di Perugia, ma anche il Pds (poi Ds) era più grosso. Le ragioni sono politiche ma anche organizzative. Il partito “leggero” non ha più un suo radicamento territoriale, non raggiunge più elettori e simpatizzanti. Adesso per fare la tessera ci sono due vie. La prima : Ci si può recare al circolo più vicino, ma attenzione, non sempre e non a caso. Le “sezioni” oggi sono come le Poste : hanno giorni e orari dedicati al pubblico. Bisogna quindi “viaggiare informati” o prendere un appuntamento prima di fare l’operazione. La seconda : si può fare riferimento alle correnti, che, attualmente è il metodo di iscrizione più in voga. E’ scomparsa la mitica figura del “collettore”. Qualcuno dirà “era ora”, qualcun altro sorriderà, perché considererà la cosa una “inezia” nel mare di problemi che ha il Pd. Sbagliato! Quel compagno “postino” che ogni anno faceva la sua scarpinata per rinnovare dieci o venti iscrizioni, che bussava a quelle porte almeno due volte (tesseramento e sottoscrizione), era una grande risorsa. Era uno dei termometri di questa organizzazione politica tra la gente. Per molti iscritti si trattava dell’unico contatto che avevano con il partito. Contatto che utilizzavano per fare le proprie critiche, per raccontare ciò che stava accadendo in quel posto, per dire la loro e, perché no, per fare proposte e suggerire interventi o iniziative. Il collettore tornava in sede e riferiva ciò che aveva ascoltato. Le tante voci raccolte erano una preziosa fonte di informazione. Perlomeno una volta l’anno l’organizzazione di base aveva un quadro preciso dell’umore degli iscritti e di quello che stava accadendo nella sua zona di competenza. Lo chiamavano “controllo del territorio”. Quel controllo che la lega ha imparato ad organizzare e che oggi utilizza in maniera massiccia. Solo in Umbria ci sono migliaia di persone che stanno aspettando ancora questa persona. Magari vorrebbero “rifare la tessera”, magari vorrebbero “dare una mano”, ma non sanno come farlo. Il partito per loro è diventato lontano anni luce. E la gran parte di questa gente non sa niente di schieramenti e di lotte intestine. E’ legata ancora alla “bella politica”, quella fatta in modo disinteressato e solo per passione. Il recupero di questo patrimonio dovrebbe essere un punto forte del Pd. Invece le attuali logiche scacciano i “non allineati e coperti”. Tutto questo crea un circolo vizioso. Le “antenne” smettono di trasmettere, le sezioni diventano “covi” di questo o di quell’altro capobastone, l’attività è legata soltanto a congressi ed elezioni, la selezione della classe dirigente cessa di esistere come sistema che parte dal basso e dal merito. L’unica cosa concreta che si organizza è votare (primarie, preferenze ecc.). Dal controllo del territorio al controllo del partito per scopi personali il passo è stato brevissimo. La cosa nasce prima del Pd. Ai congressi dei Ds partecipavano alla discussione 10 persone (al massimo) ma votavano a centinaia. Arrivavano alla chetichella per l’ora stabilita e chi frequentava quei luoghi con assiduità vedeva decine di persone di cui non conosceva l’esistenza e che non aveva mai incontrato alle assemblee politiche. E capiva benissimo che qualcuno li aveva portati lì per dare il proprio consenso ad una tesi che molti di essi nemmeno conoscevano. Una delle ragioni della perdita di tanti voti sta proprio qui. A forza di allontanare o di non coinvolgere tutte queste “forze sane”, le si è spinte verso altri lidi o verso l’astensione. Per recuperare c’è solo un modo. Il Congresso deve rispondere alla solita domanda : “volete fare un partito (magari, se non è chiedere troppo, orientato a sinistra) o un comitato elettorale?”.
Ciuenlai.c@libero.it
Le ragioni per mettere “fretta” e quelle per “mettere il freno”
Di Ciuenlai
I perché di una fretta - La nuova “bufera” giudiziaria di Perugia si presta a diverse riflessioni. Intanto si tratta (per il momento e a mio giudizio) di poca cosa. Abbiamo un ex sindaco indagato (indagato e non ancora accusato) e sospettato di aver commesso qualche errore e un centinaio di persone la cui posizione viene valutata per vedere se con questi presunti errori c’entrano qualcosa. Insomma un inizio molto lontano da una fine. Eppure tutto questo provoca ripercussioni di non poco conto. Oh intendiamoci subito; niente a che dire con il lavoro dei giudici. Fanno il loro dovere e sono fuori da qualsiasi altra considerazione. Ma andiamo al dunque. Primo; apre la campagna elettorale per le regionali su argomenti diversi da quelli strettamente politici. Secondo incide sugli equilibri interni legati alla battaglia congressuale del Partito Democratico. Terzo; provoca il rischio di un blocco della pubblica amministrazione. Ed è questo l’aspetto più preoccupante “al tempo della crisi”. Come fu per “appaltopoli” , queste inchieste determinano il “trionfo della burocrazia”. Nessun atto viene confezionato senza decine di “bolli”, centinaia di pareri, migliaia di firme e di compartecipazioni alle responsabilità, milioni di dubbi. C’è già chi parla di “Comune fermo” e sapendo come reagiscono gli apparati a certe notizie, c’è da credergli. Non è quindi uno scherzo! Credo che il richiamo a fare presto di Giacomo Leonelli e di Rifondazione Comunista, abbia una sua legittima ragion d’essere. D’accordo, ci vuole il tempo che ci vuole, d’accordo si tratta di cose delicate che richiedono particolare attenzione, ma se la cosa si trascina per mesi nell’indeterminatezza, è facile che diventi l’elemento centrale del dibattito politico di questa regione. La conclusione dell’indagine sull’imprenditore Giombini, che è stato scagionato da qualsiasi accusa, deve indurre tutti alla cautela e ad una valutazione oggettiva dei fatti. Era indicata, dai tanti ciarlatani che girano in Corso Vannucci, come l’indagine che avrebbe portato “in galera” mezza classe dirigente del capoluogo. Invece niente! Lui non ha chiesto risarcimenti. Se succedesse la stessa cosa per Locchi e compagnia e nel frattempo la Regione fosse passata di mano, non potrebbe chiederli nemmeno il Pd. I Voti non si risarciscono si danno e sono come i diamanti; valgono “per sempre”.
Il “freno da mordere” - lettera aperta a Walter Verini – “Walter ferma Walter”. Caro On. Verini, lei che ha grande influenza sull’0bama de noaltri, faccia qualcosa. Adesso scopriamo che Craxi è meglio di Berlinguer. Strano personaggio questo Veltroni. Si iscrive “giovanissimo alla direzione del Pci” e nega di essere mai stato comunista. Insomma come dire che il fornaio non ha niente a che vedere con il pane o il prete con la religione. Craxi sarà anche quello di Sigonella, ma è anche e soprattutto l’uomo dello “yuppismo e del rampantismo”, dell’occupazione massima del potere, di un Psi nel quale si sussurrava sghignazzando che “un mascalzoncello intelligente” era meglio di “un secchione onesto” e infine dell’inizio di una concezione personalistica della politica, basata sulla spartizione nuda e cruda delle poltrone e piena di dirigenti che si vantavano di “non aver mai letto un libro tutto intero”. In pratica la tanto criticata deriva odierna, “il modernismo”, gli embrioni e la base stessa della cultura dominante: quella Berlusconiana. Del resto non è un caso che i Craxiani di ferro stiano da quella parte. E allora se Craxi è il meglio perché criticare Berlusconi? Così si rischia di continuare a fare danni. E sarebbe ora di smettere. Veltroni era il responsabile nazionale della mitica “Stampa e propaganda”, esperienza che portò alla chiusura (con buffi) di tutte le Tv e le radio di partito, era il direttore di quell’Unità che ha chiuso i battenti ( ancora per buffi), era il segretario di quei Ds che nel 2001 ottennero il minimo storico alle elezioni, partito che (tanto per non perdere il vizio) ha poi chiuso, ed era infine il personaggio che ha voluto quel Pd che ha perso le elezioni, chiudendo (eh come te sbagli!) la sinistra. E allora, caro On. Verini, faccia una cosa di sinistra (se questa parola non le fa orrore e le ricorda ancora qualcosa), inviti l’uomo delle “chiusure” a riflettere prima di “aprire” a queste revisioni storiche. Anche se ormai non sortiscono più effetti perché, da questa parte, tutto quello che c’era da chiudere è stato già chiuso.
Ciuenlai.c@libero.it
Di Ciuenlai
I perché di una fretta - La nuova “bufera” giudiziaria di Perugia si presta a diverse riflessioni. Intanto si tratta (per il momento e a mio giudizio) di poca cosa. Abbiamo un ex sindaco indagato (indagato e non ancora accusato) e sospettato di aver commesso qualche errore e un centinaio di persone la cui posizione viene valutata per vedere se con questi presunti errori c’entrano qualcosa. Insomma un inizio molto lontano da una fine. Eppure tutto questo provoca ripercussioni di non poco conto. Oh intendiamoci subito; niente a che dire con il lavoro dei giudici. Fanno il loro dovere e sono fuori da qualsiasi altra considerazione. Ma andiamo al dunque. Primo; apre la campagna elettorale per le regionali su argomenti diversi da quelli strettamente politici. Secondo incide sugli equilibri interni legati alla battaglia congressuale del Partito Democratico. Terzo; provoca il rischio di un blocco della pubblica amministrazione. Ed è questo l’aspetto più preoccupante “al tempo della crisi”. Come fu per “appaltopoli” , queste inchieste determinano il “trionfo della burocrazia”. Nessun atto viene confezionato senza decine di “bolli”, centinaia di pareri, migliaia di firme e di compartecipazioni alle responsabilità, milioni di dubbi. C’è già chi parla di “Comune fermo” e sapendo come reagiscono gli apparati a certe notizie, c’è da credergli. Non è quindi uno scherzo! Credo che il richiamo a fare presto di Giacomo Leonelli e di Rifondazione Comunista, abbia una sua legittima ragion d’essere. D’accordo, ci vuole il tempo che ci vuole, d’accordo si tratta di cose delicate che richiedono particolare attenzione, ma se la cosa si trascina per mesi nell’indeterminatezza, è facile che diventi l’elemento centrale del dibattito politico di questa regione. La conclusione dell’indagine sull’imprenditore Giombini, che è stato scagionato da qualsiasi accusa, deve indurre tutti alla cautela e ad una valutazione oggettiva dei fatti. Era indicata, dai tanti ciarlatani che girano in Corso Vannucci, come l’indagine che avrebbe portato “in galera” mezza classe dirigente del capoluogo. Invece niente! Lui non ha chiesto risarcimenti. Se succedesse la stessa cosa per Locchi e compagnia e nel frattempo la Regione fosse passata di mano, non potrebbe chiederli nemmeno il Pd. I Voti non si risarciscono si danno e sono come i diamanti; valgono “per sempre”.
Il “freno da mordere” - lettera aperta a Walter Verini – “Walter ferma Walter”. Caro On. Verini, lei che ha grande influenza sull’0bama de noaltri, faccia qualcosa. Adesso scopriamo che Craxi è meglio di Berlinguer. Strano personaggio questo Veltroni. Si iscrive “giovanissimo alla direzione del Pci” e nega di essere mai stato comunista. Insomma come dire che il fornaio non ha niente a che vedere con il pane o il prete con la religione. Craxi sarà anche quello di Sigonella, ma è anche e soprattutto l’uomo dello “yuppismo e del rampantismo”, dell’occupazione massima del potere, di un Psi nel quale si sussurrava sghignazzando che “un mascalzoncello intelligente” era meglio di “un secchione onesto” e infine dell’inizio di una concezione personalistica della politica, basata sulla spartizione nuda e cruda delle poltrone e piena di dirigenti che si vantavano di “non aver mai letto un libro tutto intero”. In pratica la tanto criticata deriva odierna, “il modernismo”, gli embrioni e la base stessa della cultura dominante: quella Berlusconiana. Del resto non è un caso che i Craxiani di ferro stiano da quella parte. E allora se Craxi è il meglio perché criticare Berlusconi? Così si rischia di continuare a fare danni. E sarebbe ora di smettere. Veltroni era il responsabile nazionale della mitica “Stampa e propaganda”, esperienza che portò alla chiusura (con buffi) di tutte le Tv e le radio di partito, era il direttore di quell’Unità che ha chiuso i battenti ( ancora per buffi), era il segretario di quei Ds che nel 2001 ottennero il minimo storico alle elezioni, partito che (tanto per non perdere il vizio) ha poi chiuso, ed era infine il personaggio che ha voluto quel Pd che ha perso le elezioni, chiudendo (eh come te sbagli!) la sinistra. E allora, caro On. Verini, faccia una cosa di sinistra (se questa parola non le fa orrore e le ricorda ancora qualcosa), inviti l’uomo delle “chiusure” a riflettere prima di “aprire” a queste revisioni storiche. Anche se ormai non sortiscono più effetti perché, da questa parte, tutto quello che c’era da chiudere è stato già chiuso.
Ciuenlai.c@libero.it
La questione giovanile e la “bufala” del ricambio
di Ciuenlai
E’ la regola. Ad ogni tornata elettorale andata male, ad ogni assise congressuale rispunta nel Pd la solfa del cambio generazionale. Si dice che dell’attuale classe dirigente è cotta, che per fare il vero Partito Democratico occorrono giovani persone che non hanno avuto niente a che fare con il passato. Insomma basta con i Comunisti ed i Democristiani, avanti con i democratici di primo pelo che non hanno il fardello di essere degli ex, ma sono il “nuovismo” che avanza. Una specie di 8 settembre politico; “Tutti a Casa” salvo quelli che hanno dai quaranta anni in giù. E giù prese di posizione e documenti e gruppi di giovanotti che si fanno corrente. Sembra di rivivere la lunga vicenda della questione femminile. Non ci si rende conto che si propone di costruire un partito non su un progetto e su delle idee, ma per categorie : Donne, giovani e perché no, pensionati. Attenzione perché se la Cgil li sguinzaglia, questi sono in grado di vincere congressi, primarie, primariette e, visti i numeri, di non lasciare niente a nessuno. Ma se nel partito Democratico c’è una questione giovanile da affrontare, non è certamente o solamente quella legata al ricambio. Abbiamo segnalato più volte le contraddizioni e i grandi problemi che la creazione del Pd ha creato alla sinistra e non solo alla sinistra. Ma bisogna ammettere, se non si vuole essere solo dei bastian contrari, che questa coalizione – partito, ha anche prodotto alcuni processi positivi. Il più evidente è stato proprio l’appeal con i giovani. Se andate in giro per circoli noterete subito che queste strutture sono piene di gente che va dai 18 ai 30 anni. Gente alla quale i più anziani hanno affidato la responsabilità piena di queste strutture ancora in embrione. Nella nostra regione non siamo certo ai livelli del Pci del dopo 68 (la Fgci di Bazzari) o del dopo 77 (la Fgci di Ceccarini e del povero Gabbiotti), ma è certo che era almeno da 30 anni che non si vedevano così tanti giovani in una organizzazione politica dell’area di centrosinistra. Il problema principale dunque è di come e dove farli crescere, con che prospettive e con quali obbiettivi. Insomma come farne la classe dirigente del domani. Ma il punto è che questa nuova generazione è purtroppo stata educata a pane e astruso riformismo (loro lo chiamano turboriformismo) e a “primarie o morte”. Poca memoria storica, poca discussione sulle questioni vere e sui valori e poca pratica sul campo. Se non c’è dibattito politico, se il problema principale è quello di schierarsi con questo o con quest’altro, allora i risultati sono quelli che conosciamo. Una serie di personaggi di giovane età che chiedono il ricambio generazionale, principalmente per sostituire i nomi sulle targhette, senza uno straccio di progetto politico alternativo, senza un’idea precisa di partito e senza nessun aggancio teorico ed ideale. Si sgomita molto, ma si studia e si lavora poco, soprattutto nel territorio. Insomma non si fanno le ossa, quelle vere, quelle determinate dal campo e non dal censo o dalle amicizie. E se questo è purtroppo ancora il verbo non devono meravigliare comunicati nei quali si dice che Perugia ha scelto il rinnovamento solo perché è stato eletto uno studente di 20 anni. Io ho recentemente fatto qualche vasca per Corso Vannucci, ma confesso di non essermi accorto di niente. Se il Pd, quindi, non affronta seriamente questo problema rischia di disperdere un tesoro che difficilmente potrà essere di nuovo accumulato nel breve periodo. Un vero partito tiene unite le varie generazioni in un rapporto dialettico, non le mette in rotta di collisione, perché è una cosa che fa rima solo con declino.
Ciuenlai.c@libero.it
di Ciuenlai
E’ la regola. Ad ogni tornata elettorale andata male, ad ogni assise congressuale rispunta nel Pd la solfa del cambio generazionale. Si dice che dell’attuale classe dirigente è cotta, che per fare il vero Partito Democratico occorrono giovani persone che non hanno avuto niente a che fare con il passato. Insomma basta con i Comunisti ed i Democristiani, avanti con i democratici di primo pelo che non hanno il fardello di essere degli ex, ma sono il “nuovismo” che avanza. Una specie di 8 settembre politico; “Tutti a Casa” salvo quelli che hanno dai quaranta anni in giù. E giù prese di posizione e documenti e gruppi di giovanotti che si fanno corrente. Sembra di rivivere la lunga vicenda della questione femminile. Non ci si rende conto che si propone di costruire un partito non su un progetto e su delle idee, ma per categorie : Donne, giovani e perché no, pensionati. Attenzione perché se la Cgil li sguinzaglia, questi sono in grado di vincere congressi, primarie, primariette e, visti i numeri, di non lasciare niente a nessuno. Ma se nel partito Democratico c’è una questione giovanile da affrontare, non è certamente o solamente quella legata al ricambio. Abbiamo segnalato più volte le contraddizioni e i grandi problemi che la creazione del Pd ha creato alla sinistra e non solo alla sinistra. Ma bisogna ammettere, se non si vuole essere solo dei bastian contrari, che questa coalizione – partito, ha anche prodotto alcuni processi positivi. Il più evidente è stato proprio l’appeal con i giovani. Se andate in giro per circoli noterete subito che queste strutture sono piene di gente che va dai 18 ai 30 anni. Gente alla quale i più anziani hanno affidato la responsabilità piena di queste strutture ancora in embrione. Nella nostra regione non siamo certo ai livelli del Pci del dopo 68 (la Fgci di Bazzari) o del dopo 77 (la Fgci di Ceccarini e del povero Gabbiotti), ma è certo che era almeno da 30 anni che non si vedevano così tanti giovani in una organizzazione politica dell’area di centrosinistra. Il problema principale dunque è di come e dove farli crescere, con che prospettive e con quali obbiettivi. Insomma come farne la classe dirigente del domani. Ma il punto è che questa nuova generazione è purtroppo stata educata a pane e astruso riformismo (loro lo chiamano turboriformismo) e a “primarie o morte”. Poca memoria storica, poca discussione sulle questioni vere e sui valori e poca pratica sul campo. Se non c’è dibattito politico, se il problema principale è quello di schierarsi con questo o con quest’altro, allora i risultati sono quelli che conosciamo. Una serie di personaggi di giovane età che chiedono il ricambio generazionale, principalmente per sostituire i nomi sulle targhette, senza uno straccio di progetto politico alternativo, senza un’idea precisa di partito e senza nessun aggancio teorico ed ideale. Si sgomita molto, ma si studia e si lavora poco, soprattutto nel territorio. Insomma non si fanno le ossa, quelle vere, quelle determinate dal campo e non dal censo o dalle amicizie. E se questo è purtroppo ancora il verbo non devono meravigliare comunicati nei quali si dice che Perugia ha scelto il rinnovamento solo perché è stato eletto uno studente di 20 anni. Io ho recentemente fatto qualche vasca per Corso Vannucci, ma confesso di non essermi accorto di niente. Se il Pd, quindi, non affronta seriamente questo problema rischia di disperdere un tesoro che difficilmente potrà essere di nuovo accumulato nel breve periodo. Un vero partito tiene unite le varie generazioni in un rapporto dialettico, non le mette in rotta di collisione, perché è una cosa che fa rima solo con declino.
Ciuenlai.c@libero.it
Le feste degli ex - Adesso le feste degli ex comunisti, con la partecipazione straordinaria degli ex democristiani e il passaggio (per caso) di qualche ex socialista, si chiamano in altro modo. Festa dei democratici, Pd in festa e al Pd fanno la festa (quest’ultima accompagnata da una didascalia di precisazione : “ ogni riferimento al risultato delle elezioni è puramente casuale”). Ma ci sono anche gli “irriducibili” quelli che a cambiare nome non ci stanno, anzi ci stanno male. E rispunta la mitica “Unità”. E allora si sono inventati una roba da fantascienza : la “FESTA DELL'UNITA' DEL PARTITO DEMOCRATICO”. A chi guardava il manifesto con perplessità è giunta una voce da lontano “signori, siete su “scherzi a parte”. Ma anche se resta il nome del mitico giornale dei comunisti, bisogna modernizzarsi. Il programma è stato subito messo al passo coi tempi. Al posto del kasaciok (Il ballo della steppa) c’è il Karashov (il canto della stecca). Un omaggio a Veltroni. Perché Fiorello è il meglio del nuovismo e i cosacchi il peggio delle categorie del 900.
Gheddafi segretario - Più tessere al sud che al centro. Il Pd si scopre mediterraneo. Dice che in certe zone del meridione oltre che le tessere sono finite le persone. Non c’è proprio più nessuno da iscrivere (i cani non li accettano per statuto). Ma sembra che non si siano arresi. In mancanza di materiale umano, sarebbero stati inviati emissari sulle spiagge di Lampedusa in attesa dei barconi degli immigrati. Persone con dei tagliandi in mano che urlavano “permesso per votare, permesso per votare”, mentre chi sbarcava chiedeva a gran voce “permesso di soggiorno, permesso di soggiorno”. Una parte non l’ha accettata perché già ce l’aveva. Gliela avevano fatta in Libia. Altri che ne erano sprovvisti hanno aderito con gioia visto che comunque di un permesso si trattava. Fermati dalla polizia alla richiesta “documenti!”, avrebbero mostrato fiduciosi l’unico che avevano; la tessera del Pd. L’agente li avrebbe guardati e poi gli avrebbe detto “ma che , per caso, si è candidato anche Gheddafi?”.
L’Università di Perugia è stata messa in castigo dal Governo che ha tagliato i cordoni della borsa. L’economista Nadotti ha commentato : “Meno fondi ma di poco”, un genitore ha replicato “più tasse ma di molto”.
Stramaccioni terzo uomo. A diversi seguaci di Franceschini questa ipotesi comincia a piacere. Brutto segno. Evidentemente la paura di perdere fa capolino. E allora perché farsi massacrare; giochiamoci la “pari e patta”. Nel caso, il sacrificato sull’altare di “Big Stram” sarebbe ancora lui : Giampiero Rasimelli. Destino di un uomo a cui è sempre mancato un soldo per fare una lira. Se era un musicista avrebbe composto l’ottava sinfonia di Schubert “l’incompiuta”, se era un cantautore avrebbe spopolato con “vengo anch’io, no tu no”, se era un romanziere avrebbe scritto “lettera ad un incarico mai dato”, se era uno scienziato avrebbe elaborato la teoria della relatività delle nomine; se fosse stato un regista avrebbe diretto il remake di “quel treno chiamato desiderio” e, infine, se era un concorrente del “Grande Fratello” avrebbe fatto incetta di nomination destinate a buttarlo fuori della casa. Un eterno protagonista del romanzo “promesso sposo” nel quale recita sempre e comunque la dura parte dell”innominato”.
Gheddafi segretario - Più tessere al sud che al centro. Il Pd si scopre mediterraneo. Dice che in certe zone del meridione oltre che le tessere sono finite le persone. Non c’è proprio più nessuno da iscrivere (i cani non li accettano per statuto). Ma sembra che non si siano arresi. In mancanza di materiale umano, sarebbero stati inviati emissari sulle spiagge di Lampedusa in attesa dei barconi degli immigrati. Persone con dei tagliandi in mano che urlavano “permesso per votare, permesso per votare”, mentre chi sbarcava chiedeva a gran voce “permesso di soggiorno, permesso di soggiorno”. Una parte non l’ha accettata perché già ce l’aveva. Gliela avevano fatta in Libia. Altri che ne erano sprovvisti hanno aderito con gioia visto che comunque di un permesso si trattava. Fermati dalla polizia alla richiesta “documenti!”, avrebbero mostrato fiduciosi l’unico che avevano; la tessera del Pd. L’agente li avrebbe guardati e poi gli avrebbe detto “ma che , per caso, si è candidato anche Gheddafi?”.
L’Università di Perugia è stata messa in castigo dal Governo che ha tagliato i cordoni della borsa. L’economista Nadotti ha commentato : “Meno fondi ma di poco”, un genitore ha replicato “più tasse ma di molto”.
Stramaccioni terzo uomo. A diversi seguaci di Franceschini questa ipotesi comincia a piacere. Brutto segno. Evidentemente la paura di perdere fa capolino. E allora perché farsi massacrare; giochiamoci la “pari e patta”. Nel caso, il sacrificato sull’altare di “Big Stram” sarebbe ancora lui : Giampiero Rasimelli. Destino di un uomo a cui è sempre mancato un soldo per fare una lira. Se era un musicista avrebbe composto l’ottava sinfonia di Schubert “l’incompiuta”, se era un cantautore avrebbe spopolato con “vengo anch’io, no tu no”, se era un romanziere avrebbe scritto “lettera ad un incarico mai dato”, se era uno scienziato avrebbe elaborato la teoria della relatività delle nomine; se fosse stato un regista avrebbe diretto il remake di “quel treno chiamato desiderio” e, infine, se era un concorrente del “Grande Fratello” avrebbe fatto incetta di nomination destinate a buttarlo fuori della casa. Un eterno protagonista del romanzo “promesso sposo” nel quale recita sempre e comunque la dura parte dell”innominato”.
Iscriviti a:
Post (Atom)
